Il TAR Catania ha affermato che il carattere precario di un manufatto deve essere valutato non con riferimento al tipo di materiale utilizzato per la sua realizzazione, ma avendo riguardo all’uso cui lo stesso è destinato, nel senso che, se le opere sono dirette al soddisfacimento di esigenze stabili e permanenti, deve escludersi la natura precaria dell’opera, a prescindere dai materiali utilizzati e dalla tecnica costruttiva applicata. La precarietà non va, peraltro, confusa con la stagionalità, vale a dire con l’utilizzo annualmente ricorrente della struttura, poiché un utilizzo siffatto non esclude la destinazione del manufatto al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo. La precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, postula, infatti, un uso specifico ma temporalmente limitato del bene. Ne consegue l’obbligo di valutare l’opera alla luce della sua obiettiva ed intrinseca destinazione naturale: con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre la concessione edilizia, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo o pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale.
Post di Alberto Antico – avvocato
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2. Motivazione del diniego di autorizzazione paesaggistica
3. Principio del tempus regit actum e abusi edilizi in area paesaggistica
4. Il procedimento di autorizzazione paesaggistica
5. Preavviso di rigetto dell’istanza di autorizzazione paesaggistica postuma
6. Volumi abusivi in area paesaggistica
7. Nuove superfici e nuovi volumi in area paesaggistica, risalenti nel tempo
8. Autorizzazione paesaggistica e sindacato giurisdizionale sulla discrezionalità
9. Vincolo paesaggistico e Zona B ante 1985
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Il TAR Veneto evidenzia la necessità di distinguere tra profili paesaggistici e profili urbanistico-edilizi di una pratica edilizia, i quali devono essere valutati da Uffici diversi, considerato anche che i primi richiedono adeguati livelli di competenze tecnico-scientifiche, e la cui valutazione non deve poter subire influenze di alcun tipo.
Post di Alessandra Piola – avvocato
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1. Istanza di sanatoria e di compatibilità paesaggistica
2. Interazione tra la valutazione urbanistica e quella paesaggistica
3. Valutazioni urbanistiche e paesaggistiche, in occasione di una SCIA in sanatoria
4. Valutazioni paesaggistiche e urbanistiche
5. Non conformità paesaggistica e sanatoria edilizia
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Il TAR Catania ha affermato che l’interdittiva antimafia determina una particolare forma di incapacità giuridica ex lege: a) parziale, in quanto limitata ai rapporti giuridici con la pubblica amministrazione e nell’ambito delle tipologie di rapporti giuridici delineate dall’art. 67 d.lgs. 159/2011; b) temporanea del suo destinatario ad assumere, o a mantenere, la titolarità di diritti soggettivi e interessi giuridici con la P.A., potendo essa venire meno per il tramite di un successivo provvedimento dell’Autorità amministrativa competente.
Il recesso della Stazione appaltante per sopravvenuta informativa antimafia è un atto estraneo alla sfera di diritto privato, che esprime uno speciale potere pubblicistico che spetta alla Stazione stessa anche nella fase esecutiva del contratto, finalizzato a scongiurare il rischio di intrattenere rapporti contrattuali con imprese legate alla criminalità organizzata: prevale l’interesse pubblicistico e non trovano applicazione le regole del diritto privato, sicché la giurisdizione a conoscere delle relative controversie appartiene al G.A.
A fronte di un’interdittiva che accerti il pericolo di condizionamento dell’impresa da parte della criminalità organizzata (valutazione compiuta dal Prefetto, a monte, in ordine ad un requisito fondamentale richiesto dall’ordinamento per la partecipazione alle gare), non residua in capo all’Ente committente (a valle) alcuna possibilità di sindacato nel merito dei presupposti che hanno indotto il Prefetto alla sua adozione, atteso che si tratta di provvedimento volto alla cura degli interessi di rilievo pubblico, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva all’Autorità di pubblica sicurezza e non può essere messo in discussione da parte dei soggetti che alla misura di interdittiva devono prestare osservanza.
A fronte di un’interdittiva persistentemente efficace, quand’anche sub iudice, la P.A. è tenuta a procedere con assoluta immediatezza al recesso/risoluzione del contratto/convenzione in corso di esecuzione in modo totalmente vincolato e in modo definitivo, anche rispetto alle successive vicende giurisdizionali dell’interdittiva prefettizia e alle ragioni di contestazioni di essa, salvo il caso che, alla data in cui la P.A. si trovi a dover pronunciare sulle sorti del contratto, l’interdittiva sia già stata sospesa (con decreto o con ordinanza cautelare del giudice competente) o annullata (pur se con sentenza di primo grado non sospesa); restano ovviamente salvi gli eventuali profili risarcitori nei confronti unicamente dell’organo statale che ebbe a emanare l’interdittiva.
La validità del recesso deve essere apprezzata dal giudice, in forza del principio del tempus regit actum, con riferimento alla data della sua adozione, rimanendo ininfluenti sulle sue sorti gli atti sopravvenuti e le successive vicende giurisdizionali dell’interdittiva prefettizia.
Il recesso ex art. 190 d.lgs. 36/2023 (da una concessione pubblica) è espressione di un diritto potestativo che la P.A. può esercitare per motivi di interesse pubblico, spettando in tal caso al concessionario, tra l’altro, un indennizzo a titolo di mancato guadagno, i cui criteri di quantificazione devono essere esplicitati in maniera inequivocabile nell’ambito del bando di gara e indicati nel contratto, con la previsione altresì di un vincolo di destinazione per il suo utilizzo. La sua disciplina non è estensibile al recesso dalla concessione di costruzione e gestione per interdittiva, in quanto tale recesso, al di là del nomen iuris, è espressione di un potere pubblicistico diretto a evitare il mantenimento del rapporto contrattuale con l’operatore economico nei cui confronti siano emersi sospetti di collegamenti con la criminalità organizzata e per esso “restano ferme” le specifiche previsioni di settore (che fanno salvi “il pagamento del valore delle opere già eseguite e il rimborso delle spese sostenute per l’esecuzione del rimanente, nei limiti delle utilità conseguite”); il recesso, in tal caso, non è “addebitabile” a scelte discrezionali dell’Ente committente, il quale è vincolato alla doverosa e necessitata risoluzione (recesso) e non può ragionevolmente subirne anche le conseguenze nei termini economici del mancato guadagno.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Segnaliamo l'intervento del dott. Nicola Durante "La resilienza climatica attraverso la rigenerazione urbana", al convegno “La tutela climatica attraverso il diritto”:
Durante esplora come la rigenerazione urbana possa contribuire alla resilienza climatica, integrando interventi di sostenibilità ambientale e recupero urbano.
Introduzione
Durante introduce il concetto di rigenerazione urbana come un insieme di interventi che spaziano dalla riconversione delle aree abbandonate al recupero delle periferie degradate e alla rivitalizzazione dei centri storici marginalizzati. Questi interventi devono essere realizzati secondo criteri di sostenibilità ambientale, salvaguardia del suolo e miglioramento della biodiversità urbana.
Resilienza climatica
La resilienza climatica è definita come la capacità delle città di adattarsi e resistere agli impatti dei cambiamenti climatici. Durante sottolinea l’importanza di stimolare una maggiore eco-efficienza ambientale, come indicato nella Dichiarazione della conferenza dei Ministri dell’U.E. di Toledo del 2010. La giurisprudenza italiana ha riconosciuto il territorio come una risorsa complessa e non rinnovabile, essenziale per l’equilibrio ambientale e capace di esprimere una funzione sociale.
Rigenerazione urbana
La rigenerazione urbana è vista come una strategia pubblica che integra più settori, combinando le funzioni del governo del territorio con la tutela dell’ambiente. Tuttavia, Durante evidenzia diversi problemi giuridici e tecnici che ostacolano l’attuazione pratica di questa strategia.
Riparto delle competenze legislative
Uno dei principali problemi riguarda il riparto delle competenze legislative tra lo Stato e le regioni. Lo Stato è responsabile della tutela ambientale, mentre le regioni gestiscono il governo del territorio. Questo dualismo può creare conflitti e inefficienze nella pianificazione e attuazione degli interventi di rigenerazione urbana.
Definizione di rigenerazione urbana
Un altro problema è l’assenza di una definizione chiara e univoca di rigenerazione urbana nel nostro ordinamento. Il Testo Unico dell’edilizia menziona la rigenerazione urbana in vari articoli, ma senza definirne precisamente i tratti distintivi. Questo crea incertezze nell’applicazione delle norme e nella qualificazione degli interventi.
Interventi demo-ricostruttivi
Durante analizza anche la qualificazione degli interventi demo-ricostruttivi e la natura dei titoli edilizi richiesti. La normativa distingue tra ristrutturazione “leggera” e “pesante”, con diverse implicazioni per gli incentivi e le autorizzazioni necessarie. È fondamentale stabilire quando un intervento demo-ricostruttivo possa essere considerato rigenerazione urbana.
Limiti generali agli interventi di rigenerazione
Infine, Durante discute i limiti generali applicabili agli interventi di rigenerazione urbana, come l’obbligo del piano attuativo nelle zone centrali e di pregio e il rispetto delle distanze legittime preesistenti. Questi limiti possono frenare le iniziative di rigenerazione e richiedono una pianificazione attenta e coordinata.
Conclusione
Durante conclude che l’ordinamento italiano è ancora lacunoso in termini di dispositivi efficaci per la rigenerazione urbana. La mancanza di una cornice legislativa stabile e mirata rende difficile la realizzazione di interventi innovativi e sostenibili. Tuttavia, l’approccio empirico e sperimentalista basato sulle peculiarità del caso concreto può offrire soluzioni pratiche e adattabili.
2. Misura di prevenzione irrogata dal Questore per condotte di violenza domestica
3. Detenzione porto d’armi e sentenza penale
4. I procedimenti in materia di armi e munizioni
5. La denuncia di detenzione o trasferimento di armi
6. Principi utili in materia di detenzione armi
7. Onere di pur minima motivazione nel diniego di rinnovo di porto d’armi
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Nel post del 07.01.2025, si dava atto che l’art. 7, co. 2 d.l. 202/2024, cd. decreto milleproroghe 2024, aveva disposto una proroga … della proroga dei titoli edilizi e dei PUA contenuta nell’art. 10-septies, co. 1 d.l. 21/2022, come convertito dalla l. 51/2022, cd. decreto Ucraina-bis (peraltro, l’originaria proroga ivi prevista era stata a sua volta estesa dal d.l. 181/2023, come convertito dalla l. 11/2024).
Per l’effetto, risultano prorogati di trentasei mesi (non più di trenta mesi) i titoli edilizi e i piani attuativi formatisi fino al 31 dicembre 2024 (non più fino al 30 giugno 2024).
Con la l. 21 febbraio 2025, n. 15 (pubblicata in G.U., Serie generale n. 45 del 24.02.2025), il decreto milleproroghe 2024 è stato convertito in legge con modificazioni.
La Corte di cassazione penale – con toni perentori – ha affermato che la richiesta di autorizzazione ai fini sismici è sempre preventiva, non potendosi ammettere l’istituto dell’autorizzazione sismica in sanatoria.
Per vero, la Suprema Corte non si è occupata dell’eventuale rilevanza della cd. riforma Salva casa, intervenuta nel corso del procedimento penale.
Post del Dott. Ing. Mauro Federici
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La Corte di cassazione penale ha affermato che il decorso infruttuoso dei 90 giorni dalla notifica dell’ordinanza di demolizione emessa dal Comune comporta l’automatica - ed ope legis - acquisizione del bene al patrimonio indisponibile dell’Ente. A partire da quel momento, dunque, l’interessato, non più titolare dell’immobile, vanta un interesse ad agire esclusivamente con riguardo alla demolizione.
In tema di reati edilizi, dopo l’acquisizione dell’opera abusiva al patrimonio disponibile del Comune, qualora il Consiglio comunale non abbia deliberato il mantenimento del manufatto, ravvisando l’esistenza di prevalenti interessi pubblici, il condannato può chiedere la revoca dell’ordine di demolizione soltanto per provvedere spontaneamente all’esecuzione di tale provvedimento, essendo privo di interesse ad avanzare richieste diverse, in quanto il procedimento amministrativo sanzionatorio ha ormai come unico esito obbligato la demolizione della costruzione a spese del responsabile dell’abuso.
Post del Dott. Ing. Mauro Federici
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